Artemisia Gentileschi

Passeggiata primaverile tra i vicoli del centro storico della Capitale? Una buona scusa può essere la mostra “Artemisia Gentileschi ed il suo tempo”, nel Museo di Roma a Palazzo Braschi, fino al 7 maggio 2017.

 

L’esposizione consente un viaggio nell’arte della prima metà del XVII secolo e nella Roma dell’epoca, seguendo le tracce di Artemisia, pittrice talentuosa e donna di temperamento straordinario. Una femminista ante litteram, famosa per le proprie vicende personali (come lo stupro e il processo che ne seguì), ma anche artista raffinata ed intellettuale vivace, che venne in contatto con i più grandi dell’epoca, da Galileo Galilei al Caravaggio.

 

Quello fra le sale dello splendido Palazzo Braschi è un percorso di conoscenza di Artemisia, strutturato attraverso un confronto serrato tra le opere della pittrice romana e quelle di suoi colleghi vissuti all’incirca nello stesso periodo e frequentati a Roma, a Firenze, a Napoli, a Venezia  e anche nella breve ma intensa parentesi londinese, alla corte della regina d’Inghilterra.

Gli stessi soggetti vengono riproposti in più versioni: non solo creati dalla stessa Artemisia, magari in periodi differenti, ma anche da altri pittori dell’epoca.

Sono circa 100 in totale le opere in mostra, provenienti da ogni parte del mondo, da prestigiose collezioni private come da i più importanti musei italiani e stranieri. 

Oltre quindi ai magnifici capolavori di Artemisia, come la Giuditta che taglia la testa a Oloferne del Museo di CapodimonteEster e Assuero del Metropolitan Museum di New York, l’Autoritratto come suonatrice di liuto del Wadsworth Atheneum di Hartford Connecticut, si vedranno la Giuditta di Cristofano Allori della Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze o la Lucrezia di Simon Vouet del Národní Galerie v Praze di Praga, solo per citarne alcuni.
Dopo i dipinti della prima formazione, quelli degli anni fiorentini, influenzati dai lavori dei pittori conosciuti alla corte di Cosimo de’ Medici come Cristofano AlloriFrancesco FuriniGiovanni Martinelli
Scandite all’interno di un itinerario cronologico, le successive opere di Artemisia sono messe in relazione con quelle dei pittori attivi in quegli anni d’oro a Roma: Guido CagnacciSimon VouetGiovanni Baglione.

A concludere, i dipinti eseguiti nel periodo napoletano, quando ormai la Gentileschi può contare su una propria bottega. E’ così possibile capire il suo rapporto professionale coi colleghi partenopei: da Jusepe de Ribera e Francesco Guarino a Massimo StanzioneOnofrio Palumbo Bernardo Cavallino.

Impossibile non restare stregati e, diciamolo, turbati dalle tele artemisiane: dalle sue molteplici Giuditta vendicatrici, dalle Cleopatra, Ester, Maddalena, sante, dame e suonatrici, dalle tinte, dalle ombre caravaggesche e terribili dei suoi lavori.

 

Non si può però prescindere, ammirando i magnifici quadri di Gentileschi, dalla biografia dell’autrice, donna violata ma sempre indomita. Una vita travagliata e drammatica, ben illustrata dal video-documentario proposto all’interno della mostra.

Lo sguardo viene agganciato dai colori vividi, dal tratto sapiente, dalla forza dell’opera di Artemisia e si viene catapultati nell’Urbe del 1600.

Ci si immagina tra gli artisti di via Margutta e nella casa di Artemisia in via del Corso, ma soprattutto nella bottega artistica del padre Orazio, dove la nostra crebbe e dove venne alla luce il suo talento. Un talento che le consentì, giovanissima, prima del suo genere, di entrare all’Accademia delle Arti e del Disegno di Firenze e che le fece imparare, già grande, a leggere e scrivere, a suonare il liuto, a frequentare il mondo culturale in senso lato. 

 

Un altro validissimo motivo per visitare l’esposizione è la vista strepitosa su Piazza Navona.

Le sale di Palazzo Braschi affacciano su uno dei luoghi simbolo della città eterna e lo sguardo si allunga ampio su una delle piazze più belle del mondo. Già Stadio di Domiziano ai tempi dell’antica Roma, costruito nell’85 e restaurato nel terzo secolo, nel Seicento fu modificato in piazza dalla famiglia Pamphili e divenne l’emblema dello stile barocco. La Fontana dei Quattro Fiumi di Gian Lorenzo Bernini, a Palazzo Pamphilj, la chiesa di sant’Agnese in Agone, lo stesso Palazzo Braschi (risalente però al Quattrocento): uno spettacolo meraviglioso che, goduto dall’alto, è un vero privilegio.

Vedere le opere della più grande pittrice del ‘600 e, nel contempo, guardar giù, attraverso i vetri e ammirare il manifesto architettonico di quello stesso periodo…

Un’esperienza che merita. Seguite il nostro consiglio e non ve ne pentirete.