piazza de ricci
piazza de ricci

 

Potrebbe forse non distinguersi per eleganza e raffinatezza il luogo dove monsignor Giovanni Della Casa scrisse il celebre Galateo?

Ebbene, sì, lo splendido Palazzo Ricci, cinquecentesco edificio nobiliare, fra i più maestosi della storica via Giulia, fu anche dimora di colui che codificò le buone maniere, in un manuale che, anche oggi, a distanza di cinque secoli, rappresenta la bibbia del gentiluomo (e della gentildonna).

 

Della Casa, segretario di Stato di Paolo III, scelse il nome “galateo” in riferimento a Galeazzo Florimonte, vescovo della diocesi di Sessa Aurunca che ispirò all’ecclesiastico il famoso libro del viver civile. “Il Galateo overo de’ costumi”, del 1558, fu il primo trattato specifico sull’argomento e il titolo dell’opera, infatti, corrisponde alla forma latina del nome Galeazzo: Galatheus, appunto.

 

Ed è in questa atmosfera di garbo e cortesia che si sviluppa la storia di Palazzo Ricci, tuttora abitato e frequentato dall’eccellenza della società romana. Senza clamore e pubblicità, naturalmente, bensì nella protezione della massima riservatezza.

 

Il palazzo si affaccia sulla piazza alla quale dà il nome, che risale al 1525, opera di Polidoro da Caravaggio e Maturino da Feltre.

Palazzo Ricci nacque come proprietà dei Calcagni, nobili toscani presenti a Roma dalla fine del Quattrocento. Eretto da Nanni di Baccio Bigio, passò ai Del Bene, che commissionarono la decorazione che rende l’edificio tanto originale.

Nel 1533 i Del Bene vendettero il palazzo a monsignor Fabio Arcella, arcivescovo di Capua e Bisignano.

Nel 1542 la proprietà divenne di Luigi Gaddi e da questi a Costanza Farnese, che venne ad abitarvi e lo ampliò ancor di più.

Alla sua morte, nel 1545, la proprietà passò al figlio, il cardinale Guido Ascanio Sforza, finchè nel 1577 fu acquistato da Giulio Ricci.

Proprio i Ricci apportarono altri ampliamenti nelle parti su via Giulia e su via della Barchetta.

Accanto al portale d’ingresso, a piano terra, vi sono quattro finestre con architrave, che poggiano su una mensola. Sotto a questa, corre un sedile di pietra.

 

A sinistra, sono ricavati due piccoli portali che servivano come passo carrabile, circondati e da bugne e sormontati da due finestre.

 

Al primo piano, sette finestre ad arco con architrave superiore e decorazioni di scudi e rosette nella cornice. Le altre due, poste sul lato più corto, recano lo stemma araldico dei Ricci: un sole ed un riccio posto a fianco.

 

Nel 1525, Polidoro da Caravaggio decorò a graffito le due facciate adiacenti.

Il fregio che corre continuo, sotto le finestre del primo piano, illustra episodi che esaltano le virtù romane: la Moderazione di Scipione, La Cattura di Muzio Scevola, Muzio Scevola di fronte a Porsenna.

Sopra il portale sono dipinte immagini di trofei e di prigionieri.

 

Il fregio che divideva il primo dal secondo piano, mostrava il fiume Tevere, i due gemelli allattati dalla lupa, Faustolo e sua moglie mentre osservano Romolo che traccia il primo solco di Roma attorniato dai compagni.

Gli affreschi ci sono stati tramandati dalle incisioni, dalle stampe del ‘700 e da vecchie fotografie, perché alcuni furono rimossi nel corso dei restauri del XIX secolo.

 

Nel 1800, il restauro del palazzo fu affidato all’architetto Luigi Fontana, che aggiunse altre decorazioni, simili a quelle cinquecentesche.

 

Al secondo piano, Fontana pose un motivo composto di grottesche con vari stemmi. Al piano superiore, nello spazio delimitato dalle finestre, l’architetto pose dei pannelli con trofei.

 

Notevole fu l’impegno della famiglia nella ristrutturazione dell’edificio, ma estrema cura fu data al restauro della decorazione esterna: Luigi Fontana aggiunse la decorazione del secondo e terzo piano, sulle base delle incisioni del Seicento.

 

Nel secolo scorso, il palazzo è divenuto proprietà di monsignor Giuseppe Ricci Paracciani Bergamini, che ne ha eseguito un accurato restauro, facendo rinnovare in particolare le incisioni più antiche, poste al pianterreno e rappresentanti la “Storia di Muzio Scevola”.

Un ulteriore particolare di pregio si trova all’angolo del palazzo con la via di sant’Aurea: si tratta di un baldacchino di stucco al di sotto del quale è collocata una cornice ovale, al cui interno è situata un’immagine seicentesca, dipinta a olio, della “Madonna dell’Orazione”, così chiamata perché raffigurata a mani giunte in atteggiamento di preghiera. Intorno alla cornice pendono festoni di fiori e nastri, mentre sopra si trova una ricca ghirlanda di rose e, inferiormente, una testina alata.

 

L’arte, però, non appartiene soltanto alla storia di Palazzo Ricci, ma ne permea anche il presente. Un esempio ci viene dal fatto che i suggestivi sotterranei dell’edificio vengano utilizzati come spazio espositivo per mostre artistiche, come è accaduto qualche anno fa per l’esposizione Cer-Ammiccando, laddove la Galleria Cortese & Lisanti, in collaborazione con l’Archivio Simona Weller, presentò i risultati della trentennale ricerca di Simona Weller nel campo della ceramica. In quell’occasione, i Sotterranei di Palazzo Ricci vennero messi a disposizione dell’artista da Francesco e Gaetano Caltagirone.

 

Francesca Pasut